Quito (Equador), 7 aprile 2017

Cari Amici,

domani vigilia della Domenica delle Palme il vescovo di Esmeraldas va a benedire la prima grande tappa dei lavori che sta per concludersi. Io non ci saró perché da tre giorni ho dei forti dolori alla spalla sinistra che mi stanno passando solo ora per l’ottimo intervento di un medico cubano. In che consiste questa prima tappa?

Innazitutto in un inmenso lavoro di disboscamento dell’ area (sono 21 ettari) dove anche serpenti velenosi avevano fatto, indisturbati, la loro dimora. Successivamente un topografo di Quito ha fatto la suddivisione del terreno in lotti di cinquemila metri quadrati ogni uno. Questo ha permesso di tracciare e poi realizzare le strade di accesso a ciascuno dei lotti che sono state rese percorribili con un buon strato di pietrisco. Di fatto ieri è arrivata la prima grande pioggia che si è trasformata in un certificato che il lavoro è stato realizzato a dovere. In ciascuno dei lotti è stata fatta una piattaforma dove si andrá a costruire la casa.

Si era incominciata la piantagione delle sedicimila piantine di cacao (quattrocento per lotto) ma la siccitá imprevista aveva impedito di continuare il lavoro a causa della forte mortalitá delle piantine. Con la pioggia di ieri e di oggi si puó continuare il lavoro. E´ormai in stato avanzato la distribuzione in ciascuna delle piattaforme dei materiali per la costruzione delle case: novecento blocchi, sabbia, ghiaia, ferro…(il cemento si dará all’ultima ora).

E’ stata fatta una ampia casa di legno per ospitare i lavoratori e i gruppi. Si é fatta anche una grande piattaforma dove un organismo spagnolo costruirá la casa comunitaria delle donne. Fin qui i lavori realizzati.

Ci è parso giusto celebrare una messa di ringraziamento a Dio per tutto ció che è accaduto da queste parti dopo il terremoto. La messa sará presieduta dal vescovo Eugenio. Non vi dico quanto mi dispiaccia non esserci, però vedo anche l’utilitá della mia assenza. Queste sono occasioni in cui si cade nel rischio di celebrare il protagonismo dell’uno o dell’altro.

Devo ammetterlo a denti stretti: l’unico, vero, reale protagonista di questa opera è Dio. Lo dico a denti stretti perché non mi risulta facile attribuire a Dio cose fatte dalle mani dell’uomo. Non sapevamo all’inizio dove avrebbe portato il sogno. Si è andato facendo per strade non programmate che si sono aperte da sole.

Mi viene in mente un vago ricordo di un racconto scritto da un autore spagnolo López de Vega: Fuente-Ovejuna. Una parola che, mi pare, non abbia nessun senso peró carica di mistero. “Chi l’ha fatto? Fuente Ovejuna, todos a una”.

“Todos a una”: fino a qui è stato cosí!

Quest’opera arrivata a metá del cammino, mi ha offerto anche la possibilitá di riflettere su quella parola di Gesú: “Se non credete a me, credete almeno alle opere che io faccio”.

Durante quest’ anno di lavoro c’è stato un momento critico. Giá da alcuni mesi si stava lavorando in minga o lavoro comunitario, senza vedere risultati concreti per ciascuna delle famiglie. Queso momento fu approffittato da alcuni pastori evangelici che percorrono la zona (devo dirlo fanatici e impreparati!) per dire che io e P. Graziano eravamo dei diavoli che sfruttavamo le persone che stavano lavorando per noi. Credo che un paio di famiglie si siano ritirate dal gruppo a causa di questo. Ora, evidentemente, queste calunnie sono scomparse . La testimonianza delle opere dá ragione.

Tuttavia continuando a rifflettere su questo tema sono arrivato a constatare anche la fragilitá delle opere. Ho giá accennato a una: il protagonismo. C’è il rischio che qualcuno si illuda di aver contato piú di altri. In realtá non è cosí! “Fuente Ovejuna todos a una”.

Poi vedendo le cose allo stato attuale uno puó entusiasmarsi per tutto quello che si è realizzato fino ad ora. In realtá la costruzione comunitaria e solidale si trova ancora nelle fasce da neonato.

Le opere catturano la visione ma bisogna saper vedere al di lá della cose.

La condizione umana, culturale e spirituale dei nostri ‘damnificados’ mi pare di livello molto basso, anche se questo non pone nessun dubbio su quello che la Chiesa dice fin dal Concilio, e, prima ancora, ció che dice il vangelo: ai poveri appartiene il Regno”.

A volte li vedo grintosi, accapparatori, egoisti, addirittura ingrati. L’ultima volta abbiamo dovuto rflettere sulla gratitudine, perché il sabato precedente non avevano saputo offrire neppure un cocco a un gruppo di medici e nfermieri che gratuitamente durante una intera giornata avevano visitato e offerto medicine a centoquattro persone del luogo. Non se ne erano neppure accorti di essere stati ingrati.

….eppure ad essi appartiene il Regno!

No, i poveri non li amiamo perché ci sono simpatici. Li amiamo perché nei loro volti riusciamo a distinguere il Volto sfigurato del Figlio dell’Uomo del venerdí santo.

Pensate che sui centoquattro pazienti i medici hanno individuato sessana tipi di malattie e alcune anche gravi. E loro vivono, nel campo, portandosi addosso le loro malattie senza farne un dramma. Semplicemente vivendo come se non ci fossero.

Per il prossimo venerdi santo ci servirá ricordare anche questo.

Auguro a tutti ‘Felices Pascuas e, se Dio vuole, ci vedremo alla fine del mese di agosto anche per celebrare i miei 50 anni di prete. Un abrazo latinoamericano

Don Giuliano

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